Omicidio Miceli, specialisti sulla scena del crimine per far luce sul massacro del marmista

Sul posto carabinieri, consulenti, difensori e familiari della vittima. La strada cinturata con del nastro bianco e rosso e gli addetti agli esami con le immancabili tute bianche e valigette. La scena si ripete, probabilmente per l’ultima volta, in via Crispi, a Cattolica Eraclea, dove c’era il laboratorio del marmista Giuseppe Miceli massacrato e ucciso – sostiene l’accusa – dall’operaio Gaetano Sciortino, 53 anni, per motivi mai chiariti.

Il luogo dell’omicidio, a partire dalle 11 di ieri mattina, è stato passato al setaccio, su richiesta dei difensori di Sciortino, gli avvocati Santo Lucia e Giovanna Morello, secondo cui non ci sarebbe alcuna impronta o traccia biologica del presunto assassino nel laboratorio dove il killer, il 7 dicembre del 2015, ha massacrato Miceli con delle lastre di marmo e alcuni arnesi da lavoro, fra cui un booster. I consulenti di difesa e Procura, dopo essere entrati, hanno iniziato gli accertamenti scientifici che saranno resi noti nelle prossime settimane e faranno parte del fascicolo del processo. Per Sciortino il 22 marzo si aprirà l’udienza preliminare in seguito alla richiesta di rinvio a giudizio del pm Gloria Andreoli.

Nelle scorse settimane, invece, anche in questo caso su sollecitazione della difesa, sono stati eseguiti gli esami antropometrici: si tratta, in sostanza, di una misurazione scientifica dell’arto utile a comprendere se è compatibile con la scarpa trovata in campagna che, secondo gli inquirenti, sarebbe stata abbandonata dal killer e sarebbe la prova decisiva che inchioderebbe l’imputato alle sue responsabilità. Il 19 gennaio, come chiesto dagli avvocati Lucia e Morello, che sollecitavano nuove indagini, il biologo Gregorio Seidita, nella cella del carcere Petrusa dove è detenuto Sciortino dallo scorso 20 ottobre, ha eseguito la misurazione degli arti, e in particolare della pianta del piede. Il dato è ritenuto utile al fine di accertare se è compatibile con la scarpa trovata in aperta campagna. Una delle prove principali sarebbe, infatti, il ritrovamento di una scarpa in una discarica: secondo gli inquirenti sarebbe stata quella che avrebbe utilizzato l’assassino e che Sciortino, intercettato e controllato col gps, avrebbe tentato di far sparire non riuscendovi perché incontrò un conoscente e dovette cambiare strada. Niente tracce organiche sulla scarpa ma il numero (43) sarebbe lo stesso che calza Sciortino.

«La misurazione della suola e della pianta del piede del nostro assistito – hanno sottolineato i difensori – differiscono di tre centimetri». La vittima, secondo gli inquirenti, sarebbe stata a sua volta pedinata dal suo omicida per tre ore e l’auto immortalata dalle telecamere di videosorveglianza sarebbe stata di Sciortino. Il movente ipotizzato in un primo momento sarebbe stato la rapina ma il gip, limitatamente a questo aspetto, ha escluso la sussistenza di indizi. L’ordinanza è stata confermata dal tribunale del riesame.
Fonte: Giornale di Sicilia