Quando Giuseppe La Loggia di Cattolica Eraclea divenne presidente della Regione siciliana

Mentre parte il nuovo governo regionale guidato dal presidente Nello Musumeci che si è insediato ieri a Palazzo d’Orleans, ricordiamo un illustre concittadino di Cattolica Eraclea che nel 1956 divenne presidente della Regione.

Giuseppe La Loggia, originario di Cattolica Eraclea, classe 1911, morto a Roma il 2 marzo 1994, è stato un politico, avvocato e docente italiano, ex presidente della Regione Siciliana.

Biografia. Avvocato e docente universitario di Diritto del lavoro all’Università di Palermo. Figlio di Enrico, Sottosegretario alle Finanze nel 1921, uno dei fautori dello Statuto siciliano e padre dell’ex ministro del governo Berlusconi Enrico La Loggia. Convinto autonomista, prima di entrare in politica ebbe modo di maturare una robusta qualificazione professionale come avvocato nello studio del padre Enrico e come docente di diritto del lavoro presso l’Università di Palermo. Durante l’apprendistato, sui libri e nelle aule giudiziarie e universitarie, maturò una sua personale visione tecnocratica della politica che, tuttavia, coniugava con una grande attenzione ai bisogni della gente, al tema della solidarietà, a quello della giustizia sociale. Proprio questa visione – si legge su Wikipedia – lo condusse su una sponda non certo collimante con quella del padre, lo condusse cioè verso la nuova formazione politica democristiana nella quale individuava il soggetto politico necessario a riaggregare, nel difficile periodo del dopoguerra, una realtà nazionale profondamente lacerata nel suo tessuto organico. Il suo riferimento iniziale fu, dunque, Luigi Sturzo con il quale avviò una cordiale frequentazione e del quale comprese, meglio di molti altri, la modernità del linguaggio.

Attività Politica. Giuseppe La Loggia si avvia alla politica giovanissimo, alla scuola del padre Enrico, antifascista, demolaburista, autore di un fortunato libretto, “Ricostruire”, dove si teorizza il “riparazionismo”, e che diventa “il manifesto degli autonomisti unitari”. Subito dopo l’armistizio firma la dichiarazione antiseparatista del 24 ottobre 1943 del Fronte unico siciliano redatta da Enrico La Loggia, dove si riafferma, “nel sicuro auspicio della più rapida e totale liberazione della Patria”, la volontà della Sicilia “che sia mantenuta intatta l’unità d’Italia”. Fu eletto deputato all’Assemblea Regionale Siciliana nel 1947, e lo resta fino al 1967 per la Democrazia Cristiana. Divenne subito Assessore all’agricoltura e foreste sotto il primo e secondo governo Alessi (dal 30 maggio 1947 all’8 marzo 1948 e dal 9 marzo 1948 all’11 gennaio 1949) e in seguito Assessore alle finanze sotto il primo e il secondo governo Restivo (dal 12 gennaio 1949 fino alla fine della legislatura e dal 20 luglio 1951 fino alla fine della legislatura). Dal 1955 al 1956 ricoprì il ruolo di Presidente dell’Ars.

Presidente della Regione. Nel 1956 venne eletto Presidente della Regione Siciliana. Fin dall’avvio della sua attività di governo Giuseppe La Loggia manifestò uno stile anomalo rispetto a quello praticato dai governanti isolani: niente verbosità spagnolesca, puntuale riferimento ai dati concreti, ripudio dell’improvvisazione. La sua idea-guida era infatti che ogni progetto di sviluppo dovesse avere dei forti e stabili ancoraggi, cioè delle certezze per non creare false illusioni. La sua presidenza della Regione Siciliana segna un passaggio decisivo nella storia dell’Autonomia, cioè il tentativo di creare le condizioni per fare compiere alla Sicilia quel salto di qualità che avrebbe potuto avviare un meccanismo di sviluppo, fondato su una rapida industrializzazione, in grado di colmare il gap storico che la divideva dalle regioni più sviluppate del Paese. La Loggia tentò, infatti, di creare l’habitat necessario ad attirare i capitali del Nord per avviare il meccanismo di sviluppo e di spingere il tessuto economico siciliano a misurarsi con le sfide che il nuovo modello avrebbe comportato. Ma questa posizione, concordata con l’allora segretario DC Amintore Fanfani, fu contrastata “in nome dei superiori interessi della Sicilia” dando vita all’operazione Milazzo. Nell’ottobre del 1958, Giuseppe La Loggia, attaccato con veemenza anche da molti suoi compagni di partito, dovette gettare la spugna dimettendosi da presidente della Regione. Così come fu sconfitto il candidato indicato da Fanfani mentre fu eletto Silvio Milazzo. Quella crisi politica diede il via al cosiddetto milazzismo. Così uscì di scena dalla politica siciliana, con Alessi e Restivo, l’ultimo della “triade” dei padri dell’autonomia: dopo di loro all’Assemblea regionale – scrisse Montanelli – “c’era il vuoto, e poi il vuoto e quindi gli altri 87 deputati”. Fu però ancora assessore regionale al Turismo dal 1963 al 1964 e anche sindaco di Cattolica Eraclea dal 1962 al 1965. Prima di essere eletto alla Camera dei Deputati, fu il primo presidente dell’ESPI, l’ente siciliano per la promozione industriale, erede della Sofis creata proprio dai fautori del milazzismo, carica che ricoprì dal 1967 al 1968.

Deputato alla Camera. Da allora l’attività politica di La Loggia, che ebbe sempre un occhio di riguardo verso i problemi del Mezzogiorno e della Regione Siciliana, si svolse nell’aula di Montecitorio, dove fu eletto Deputato nel 1968, e per quattro legislature, fino al 1983. A Roma, ragioni di equilibrio, spesso dettate dal tanto deprecato manuale Cencelli, gli impedirono di far parte, come ne avrebbe avuto diritto, del governo. Fu Presidente, autorevole e stimato, dapprima della VI Commissione Finanze dal 1972 al 1976 e, dal 1976 al 1983, della V Commissione Bilancio. Fu padre della prima legge finanziaria che, purtroppo, fu stravolta rispetto ai contenuti che lo stesso La Loggia aveva indicato. In quegli anni nei quali il sistema sembrava impazzito, si distinse come uno di coloro che più si batterono per dare un’energica sterzata per rimettere a posto i conti pubblici. In questa veste, inoltre, egli partecipò da par suo al dibattito sul divorzio alla luce del disposto costituzionale. Ma non furono meno importanti i suoi interventi sulla riforma tributaria, sull’ordinamento universitario, sulla questione radio-televisiva.

Gli ultimi anni. Nel 1983 non fu rieletto. Fu nominato giudice al Consiglio di Stato e, in seguito, Presidente dell’istituto poligrafico dello Stato. Morì a Roma il 2 Marzo 1994.

Critiche e aspetti controversi. Il capocosca di Villabate Antonino Mandalà in una telefonata intercettata dagli inquirenti che indagavano sul suo conto raccontava di aver detto a Enrico La Loggia, figlio di Giuseppe ed esponente di spicco di Forza Italia: « Enrico tu sai da dove vengo e che cosa ero con tuo padre… Io sono mafioso come tuo padre, perché con tuo padre me ne andavo a cercare i voti vicino a Villalba da Turiddu Malta che era il capomafia di Vallelunga… Ora (lui) non c’è (più), ma lo posso sempre dire io che tuo padre era mafioso…». Al processo però Mandalà dichiarò ai giudici che millantava. Interrogato in aula ammetterà di aver detto a La Loggia quelle frasi, ma sosterrà di aver millantato con lui la propria mafiosità: «Chiaramente quando dico a La Loggia “Io sono mafioso” lo dico in maniera ironica e lo dico perché lui mi aveva rinnegato per la paura che io fossi mafioso. E sulla questione dei voti volevo ferirlo … perché suo padre era un galantuomo e non aveva assolutamente rapporti con ambienti mafiosi. Quelle frasi, che erano solo mirate a ferirlo, non corrispondevano a verità. Temeva che potevano danneggiarlo. Ma io gliele ho sparate in faccia per ferirlo».